Torniamo a Fellegara una sera di queste, se ti va, ma torniamoci. A Fellegara dove i grilli e le cicale fanno compagnia all'odore dello gnocco e le tigelle, proprio a Fellegara dove qualcosa entrò in corto circuito e lacrime spontanee bagnarono il piatto con i suoi sapori. A Fellegara per ricucire il filo, a Fellegara per ascoltare ancora le tue parole. Verrò consapevole di un ieri che ti ha fatto male, verrò con questo anello che mi donasti tu e che mi sono rimesso addosso da tanto tempo, verrò con l'abito buono ed il sorriso migliore ma, soprattutto, verrò convinto di venire. E' passato tanto tempo e troppe notti senza di te, è strano come ti ho sempre sentito mia pure quando la mia testa si era messa a fare capricci. Sono qui a scrivere ancora di te mentre sacchi di rimorsi bollono dentro, ma oltre che 40 marlboro altro non so che fare. Vorrei prendere la macchina adesso per venire fino sotto casa tua,suonare all'infinito il campanello oppure arrampicarmi sul muro per bussare alla porta del tuo balcone, urlarti, guarda, ti amo e non ho mai smesso, neppure quando non lo sapevo.
Se questa che ho è la mia memoria, niente ti ho mai chiesto e niente chiesi e allora, dunque, perchè? In questo disegno che oggi, più di ieri, mi sfugge vorrei capire in un confronto da uomo a uomo, o da uomo a Dio poco importa, vorrei capire e domandare per queste sofferenze terrene con la promessa di un al di la che, oggi, neppure conosciamo e non ci appartiene ma possiamo soltanto immaginare. Immaginare a mala pena abituati, come siamo, soltanto a soffrire con il vento e la pioggia in faccia ed il sole che, quando è al sud, sa soltanto bruciare. Che cos'è la speranza se non non un motivo per alleviare le pene, che intanto rimangono, fanno male e dannano questi nostri giorni fatti di falsi sorrisi e magnaccia vestiti di Armani? Qui, dove tutto è negato, io vivo male e non mi conforta il confronto con chi sta peggio perchè non è giusto, comunque sia, vivere da brutto questo mondo e questa vita, che nessuno ha chiesto, quasi fosse una condanna di non so per cosa e né il perchè. Come cavalli in pista corriamo fino a sfiancarci mentre le nerbate del fantino insanguinano la pelle, scommesse e urla, chi ha puntato su di me? Un cavallo s'azzoppa, un colpo, un pianto e via e, per chi rimane, una stalla, un po' di fieno ed una forcata dallo stalliere perchè non vogliamo poggiare. Non vogliamo poggiare perchè non riusciamo a capire, perchè vorremmo sapere, perchè abbiamo bisogno di credere.
La rabbia di un uomo in un grido echeggia e fende la notte, notte scura,notte di pensieri bui. Un urlo animalesco, come solo un cane senza cuccia è capace di fare, nella bestemmia sta il dolore. Pioggia infame sul parabrezza, dalla radio una chissà che canzone non seguita,la sigaretta tra le labbra accende po' di tosse. Calmo, come può essere calmo un uomo dopo un urlo improvviso; lucido, come può essere lucida una mente livida; chi ha chiamato vita, questo immenso mattatoio? Sensi di colpa per i mancati anni, nella mano la croce del destino ha smarrito la strada, che ora si fa stretta, ed il motore ha iniziato a brontolare; cosa, ancora, mi aspetta? L'ultimo amore è già memoria, l'ultimo amore, per me che non so se ho mai fatto l'amore, oppure sono state solo delle marchette. Ogni volta rammento che avrei voluto chissà che, adesso non saprei neppure più che cosa. Ridda di voci e di nomi, corre la mente più forte di questa scassata automobile. Un autogrill, un caffè, che ora è? Non lo so. Tutto a posto, signore? Niente è tutto a posto e poi, il Signore, sta nel cielo. La toilette? In fondo a destra... Sono tutte in fondo a destra, penso, mentre piscio la vita fuori dal vaso. Come sempre. Con un pennarello disegno sulla porta tre punti, tre linee, tre punti: sos, aiuto. Riprendo la strada, lontano un altro giorno s'incammina. Se ci penso non saprei distinguere, la differenza, tra il fare l'amore ed una marchetta; sono stati amori, almeno per me; sono state merchette, solo per me. Gli anni migliori sono passati fischiando, lontano un altro giorno s'incammina.
Tre punti,tre linee, tre punti. S.O.S. , a i u t o.
Vorrei vederti ancora per dirti, guarda, di me non è rimasta che la memoria e le pietre addosso non hanno più pelle da colpire. Porto il dolore dentro come somma dei tanti subiti e cercati, mi uccido per questa memoria e per quel volto che mi rassomiglia, ma se oggi non posso vive la speranza di un incontro per cercare di capire cosa mi rimane. Vorrei vederti ancora per dirti le parole che mi sono rimaste, oggi che le favole sono finite, e non saranno le solite parole perchè non sono più quello ma trascino la mia vita tra il baratro e la follia. Sono stanco di essere stanco. M'aggiro tra le ore fatte di niente, preme la voglia ma fa a cazzotti con una realtà difficile da condividere, penso di dare un altro nome alla mia esistenza ma qui, da solo, non rimane che la fame per quel che poteva essere e non è stato, per i sogni ed i castelli rivelati di sabbia, per quell'io che non riesco più a vedere, per la tua voce che non riesco più a sentire. I corvi neri si sono alzati in volo attendo, da vulnerabile bersaglio, in questo deserto di sale e di fiele e se le offese feriscono peggio, molto peggio, il dolore del cuore che porto appresso. Un'altra sigaretta, ho voglia di dare gas perchè il percorso abbrevi il traguardo per quel che mi resta, per quel che m'importa.
Da troppi anni vivo nel mezzo a non so nemmeno che cosa, chiedendo sempre che ne sarà di me, cercando risposta negli occhi e nel cuore di chi mi passa accanto. Troppo spesso mi sono illuso di trovarla tra le gambe di una donna tentando sempre una poesia d'amore rifutando, lo spavento, che ogni volta non fosse mai per sempre. Pirata perdente adesso, più di ieri, mi fa male la paura ed attendo quando arriverà a portarsi via il resto della memoria, dopo che già si è presa gli anni. L'imbrunire è diventato ancora più buio, vorrei qualcuna che riuscisse ad inventare le parole per raccattarmi da questa via che mi fa vedere tutto da lontano, da questa indolenza che continua ad uccidermi tra sigarette e struggimenti, mentre i propositi non sono che quelli. Cammino con le scarpe in mano per non fare rumore, ma è il silenzio attorno a non fare rumore, con un'alzata di spalle continuo a cercare nei miei sogni e non m'importa se mi hanno tradito, almeno hanno concesso di sperare. Nel mio cuore l'amore non finisce mai anche se oggi è diventato piccolo e mi sorprende che, malgrado, continua a battere fino allo sfinimento del giorno con la sera. Vorrei inventarmi la forza di poter abbracciare ancora, non so vivere senza ricordare, mi addolora il pensiero di un passato infranto e mi porta via qualcosa dentro svegliando l'ansia nel rivivere immagini ed emozioni. Mi guardo ancora una volta allo specchio, forse avevo soltanto bisogno d'amore. Pure dei miei sogni dove mi sono illuso di sfiorare la vita, nella follia dell'uomo che sono, Dio! Come mi viene difficile credere ancora che sia stato tutto vero adesso che non m'importa più ne dove sono ne dove vado, adesso che vincere o perdere fa lo stesso perchò so che ho soltanto perso e non ci sarà una rivincita ma solo questo imbrunire che mi fa paura. Vorrei un'ultima volta urlare che sono stato in ansia per un ritorno che non c'è stato, sto affogando, smettila di offendermi! Il cane mi sorregge mentre, ubriaco, salgo le scale; adesso non guardarmi, ti prego, ho solo voglia di star male.
Non ricordo quando, e dove, ti affermai che le donne o sono troie o volano… rafforzando, subito dopo, la tesi di non aver mai visto volare nessuna e, quindi… Non lo pensavo allora, non lo penso neppure oggi, probabilmente mi rodevo dentro per un’altra giornata cattiva e la battuta aveva il significato di uno sfogo per un amore che va e viene, va e viene, senza fermarsi mai. Non ridesti convinto, com’eri, sulla bontà della tua lei e del pensiero assurdo, da toccarsi i coglioni, che sarebbe stata proprio la sua mano, un giorno, a chiuderti gli occhi. Ed oggi che gli occhi li hai ben aperti e guardi, smarrito, un mondo che ti si è rivoltato contro e dove, a malapena, ricordi il tuo nome rigiri nella mano anni e fotografie incapace di riflettere tra nodi in gola e sigarette sempre accese. Lo so che stai provando, amico mio, e lo so bene; conosco i morsi dentro e le notti senza cielo, il respiro mozzo per un’aria irrespirabile, il non guardarsi neppure allo specchio per la paura di capire cosa di noi rimane… C’est la vie… Via della zoccola, quarto piano, interno a destra… Endovenosa, sorella? Eccomi pronto…
La nostalgia ha gli occhi e il cuore di un ragazzino che corre in modo un po' goffo, rivedo in lui gli anni remoti accorgendomi che, soltanto tardi, ho capito che erano gli anni migliori. Penso a mio figlio a quando correva spensierato, sapendo di non essere solo, che gran cazzata è il divorzio! Un giorno scrissi che un uomo dovrebbe mettersi un preservativo stretto sul pisello, lo rimarcai per me che mi sposai quasi per finta, oggi so che cento letti non sono bastati a togliere questo peso che mi opprime l'anima e mille donne non compenseranno mai la gioia di un figlio. La nostalgia è un equilibrio che ha perso la méta, fosse un gioco di carte ridarei la mano, chi mi ascoltava ha cambiato numero, troppo tardi ho capito che la serenità aveva un bel sorriso ed io, i sorrisi, li ho accesi e spenti come le sigarette che mi uccidono dentro. Nell'impercorribilità del pensiero si fa strada il mio diario di cazzate, Arceto è più di un castello del sentito rifugio, la panacea del sorriso, ecco, ora l'ho detto.
Adesso che mi mancano le parole e che la fantasia sembra sia fuggita sopra un'astronave, provo il vuoto dentro dell'inedia accorgendomi che non erano soltanto frasi buttate là buone per compiacermi, no erano ben più quasi volessi, scrivendo, accarezzare un sogno, corteggiare una donna, perdermi nel suo sguardo. Erano solo le mie parole e per le quali mi innamoravo, si, lo so, nessuna dama accanto e le dediche rimanevano tutte per me ma si materializzava, tra le righe, un'onirica figura fino a prendermi la mano per dirmi, guardami: esisti, sei sempre tu, sei solo tu... Le parole, odiate, maledette parole ripetute dentro fino allo sfininimento, amate parole che amai quasi volessi ripetere a me l'amore del cuore e adesso che le cerco cercando ancora chi, finalmente, riuscirà a farmi perdere per un suo sguardo, adesso, adesso si, vorrei fermarmi per ripetere tutte le parole evitando gli anni con i suoi miraggi e forse, adesso so, ricomincerei a vivere.
Non per questo presente che ho sopportato l’angoscia dell’ansia nelle notti infinite e il batticuore, la mattina, nel scorrere le notizie in cronaca locale. Non per questo presente ho vissuto da cane dove ogni giorno è sempre stato infame e dove niente mi appagava perchè il tuo viso, come un tarlo, s’insinuava fin dal risveglio senza mollarmi mai semplicemente perché volevo io che non mi lasciasse mai. Non per questo presente che ho sputato e pianto nelle poesie imprecando e pregando Iddio, no, non è stato per questo presente che non mi sono mai voluto legare lasciando pure l’amore, nella nebbia, tra la Bassa ed il Po. No, non è stato per questo presente perché è troppo brutto, pure per me, che ho vissuto una vita brutta, solo per te.
Questa notte vorrei ubriacare le mie pene, stordirle fino allo sfinimento e se dimenticarle non posso, almeno che mollino la morsa per un solo momento. Questa notte pagherei pure una puttana per non passarla da solo, le direi, ascolta: non voglio fare l’amore però abbracciami forte, del tuo cuore, fammi sentire il calore. Così m’illuderei di essere ancora, riprenderei le parole finite nel cestino, farei la conta dei desideri incompiuti accorgendomi che, i miei, erano solo dei piccoli sogni e non potevano fare del male. Delle stelle ne ho perso il colore, un telefono muto non sono in grado di pretendere, m’accorgo i miei anni e dai miei occhi verdi una lacrima scende e questa, questa si, fa male.
Ancora miscelo le ore del giorno e della notte con l’ansia addosso che non cessa mai, chi sono, oggi? Ed è questa la domanda che più mi inquieta, chi sono? Dopo che gli anni smetteranno di farsi imbrogliare, che ne sarà di me? Vorrei uscire per la strada, in pigiama, gridare come un pazzo scatenando l’ilarità di chi, della vita, non ha capito un cazzo; fermare il primo che capita per urlargli nel viso, stronzo! Scaricando, nel malcapitato, l’angoscia che il cuore opprime. No, nessuno capirebbe mai, tutti presi dall’ultimo telefonino, dal navigatore sempre più satellitare, dalle bollette difficili da pagare. Di lustrini e paillettes ne ho colmi i coglioni ai dadi, il tredici, non esiste : me ne fotto e continuo a mischiarli, convinto ancora di vederlo sortire. Navigo a vista, succede per chi, come me, non ha nessuna rotta da seguire in un mare scuro più della merda ; speranze, illusioni, batticuore, quanti falò per tradurre la parola amore. Con la prima troia mi sono perduto, un campanello aspetta, non lo so quanto ancora avrò la forza di lasciarlo aspettare. Caro Babbo Natale, i trenta denari sono finiti, mandami un altro Gesù con almeno i soldi per comperare un Iphone : così diventerò una testa di cazzo anch’io…
Di questa vita priva di valori non ne posso più, sorreggo a malapena questi giorni tutti uguali, vorrei parlare a mio figlio per dirgli scusa, se ho sbagliato, l’ho fatto per sopravvivere.
Ti penso, si, meravigliandomi di come non posso farne a meno ma sto dicendo una bugia, ti penso e basta senza meravigliarmi, ti penso perché ho voglia di pensare a te. Trovo sciocco questo silenzio privo di significato, ma sono fatto così, non cerco chi non viene a cercarmi e poi, nella vita, odio essere secondo, magari ultimo, per scelta mia, ma dietro a qualcuno mai. Vorrei inventarmi la forza di venirti a prendere perché si, lo so, ti penso poiché non posso farne a meno, per la ragione nei tuoi occhi dove sono riuscito a bere un sorso di vita ubriacandomi, nell’accorgermi, che non è mai stata la mia. Penso a quell’abbraccio che mi è rimasto addosso con il tuo odore dove ancora mi perdo nel sentire e penso ancora a te, a te che mi hai fatto vivere la tenerezza per una carezza leggera, l’illusione della serenità e dell’amore e di una vita così diversa dalla mia.
Una cena di metà settimana, che festa è metà settimana? Raccolgo l’invito dell’amico e parto, più per fargli favore che per voglia, mannaggia! Dove compro, le paste, a quest’ora? Va beh, è un amico, capirà e poi mi conosce, qualche volta sa che dimentico pure il mio nome. Il tergicristallo della macchina guerreggia con la pioggia battente, rimpiango il biliardo con i suoi birilli quasi fossero, i birilli, diventati figli miei; la stecca è l’amante, il panno verde fa da giaciglio, il gessetto è un libro da leggere riposto sul comò. Che vita di merda! Tutte le sere al bar per un ciao, come stai? Non mi sto imbruttendo, alle troppe botte preferisco il bar, aspetto la manna? Aspetto la manna! Firenze, con le sue luci, è la solita puttana che la da a tutti, per il tempo infame sono solo per la strada, bene! penso, stasera, Firenze, la darà solo a me. Le gesta ripetute di una cena a casa di amici, dal cappotto appoggiato sopra il letto al posto a tavola, la barzelletta di rito, la Marlboro, mia, fumata sul terrazzo. Siamo in quattro, m’avverte l’amico, ci sarà un’altra persona. Una donna in più? Dai, non cercarmi moglie, dello gnocco e le tigelle ne avverto ancora l’odore. Buono, tutto, buono… sensazioni lontane riaffiorano nella memoria, una cena tra amici non è come in famiglia ma le mie scatolette, oggi, le mangio da solo ed il mio cane non risponde alle domande. Uno sguardo in più e mi metto a parlare, salta fuori un computer ed inizio a leggere su questo blog, dove scrivo la mia disperazione. L’emozione è improvvisa e mi sta al fianco con la sua mano appoggiatami sopra la spalla, l’emozione di uscire insieme, l’emozione di un ciao. Cos’è, la mia disperata solitudine, oppure? Firenze, stanotte, è meno puttana e risplende nell’asfalto reso lucido dalla pioggia, Vecchioni mi fa compagnia, sulla strada del ritorno.
Se tu mi conoscessi sapresti che vivo ancora con i brividi addosso, malgrado i miei occhi stanno qui a dimostrare la guerra degli anni e la pioggia copiosa caduta, se tu mi conoscessi sapresti che sono io ad avere paura. Lo struggimento è un valore che non mi apparteneva più, o almeno lo credevo, evidentemente questo mio cuore soldato non vuole smettere di sperare. La sensazione di stare in pena per qualcuno, ecco, lo struggimento, mi ostino a definirlo così, chissà quanto rassomiglia all’amore, ti amo? Non lo so, quel che è certo che il mio album è pieno di cazzate, potessi lo brucerei, hai un fiammifero, per favore? Le mie paure sono sempre che quelle, ma tu, chi sei? Firenze sta là con le sue luci mentre io vivo qui, in questo paese tagliato dall’Arno dove le parole sono feroci e l’offesa è gratuita, non ho mai attraversato la linea dell’odio ho sempre atteso la corriera dell’amore. Cammino con il mio cane e non voglio capire chi, dei due, accompagna l’altro; ho voglia di vivere amando un amore, dove sei?
Chissà cosa dirò se, e quando, riuscirò ad abbracciarti, stretto, quasi fosse un antidoto per scacciare tutti quei giorni che non l’ho fatto mai; guardare il tuo viso, dirti che mi rassomigli, per poi chiederti scusa se niente, del tuo mondo, ha rassomigliato a me. Chissà cosa penserai quando verserò nei tuoi occhi le mille parole che la vita mi ha pianto, insegnato e, spesso, tradito. Ti dirò, guardami, sono soltanto io e chi mi ha disprezzato, umiliato, venduto, non mi ha mai conosciuto, figurarsi capito. Chissà se ce la farò a trovare la forza per parlarti, io che nella vita ho dovuto sempre urlare, quasi fossi animale, contro la rabbia, la paura, i pianti, le bestemmie feroci e le umiliazioni da farci collezione. Sono quì, con il viso livido di schiaffi, continuando a cercarti nelle notti insonni risvoltando come un pazzo, tra Marlboro e caffè, un vecchio diario e delle sbiadite fotografie. Ripenso a tutti questi anni che non ti ho visto mai, odiati anni passati a farmi del male, per non pensarti, bruciando storie su storie per questo mio cuore occupato dalla memoria e dal tuo viso che mi rassomiglia. M'accorgo di avere sempre amato a metà e con l'orecchie tese per uno squillo di telefono, di campanello, o per il semplice bussare. Ho sempre amato a metà per il mio cuore occupato da te, non ho mai smesso di cercarti, no, non ho mai smesso di pensarti.
Non lo so, amico Ardengo, se la notizia mi ha fatto ingrassare due kili quando l’ho saputa. Di certo ho sorriso, ma è stato un sorriso amaro, di certo mi sono rallegrato, ma poi, rallegrato di che? Hai visto, dove ha portato la loro ingordigia? A chi daranno, adesso, la colpa? Immagino, ed immaginerai anche tu, che sicuramente se la daranno tra loro tra rivoli di fumo di sigaro e le madonne per aria; sorrido al pensiero che qualcuno, chissà, avrà pronunciato il mio nome, forse anche il tuo, e del tempo che eravamo in tanti. Il tuo che ancora mi pento per un’azione che non fu la mia, e malgrado l’amicizia ritrovata, quel disgusto di allora tarda a passare. No, non ci sono ingrassato Ardengo, e tu, tu che mi conosci bene, saprai sicuramente il perché. E’ questo sale in bocca, amico mio, che non va giù e perdonare non so di cosa ripetendomi dove saremmo, oggi, se le mani ladre di preti senza tonaca e sigari inutili non ci avessero rubato il nostro futuro?
......Quì a Fucecchio ha chiuso un'azienda che il sottoscritto aveva creato da zero nel 2002, con la collaborazione fattiva di una persona a mè cara, mettendoci passione, entusiasmo e bontà d'intenti. In 3 anni la crescita era stata così esponenziale da dover cambiare 3 volte la sede per mancanza di spazio, nel 2005 eravamo 40 persone, tra interni ed esterni, a portare avanti il progetto. A dicembre del 2006 mi è stata sottratta dagli altri due soci, che che li avevo nominati io, per un cavillo burocratico; in quel momento l'utile era molto, ma molto, alto. Non ho preso un euro e, da allora, mi sono inventato un lavoro. Oggi, la Glover italiana, nome di mia invenzione, ha chiuso. Evidentemente il bottino era finito.
Se mi vedrai arrivare sarà con l’aria stanca per la forza che non è più quella di ieri, le troppe botte prese hanno iniziato a vincere e nei miei occhi è svanito quel brillare che li distingueva, l’illusione della vita se n’è andata fischiando lasciando i miei anni di giocoliere perduto. Se mi vedrai arrivare sarà col sorriso stretto e con gli occhi bassi per la vergogna, sorridi tu per farmi capire tenendomi stretta la mano, perché io mi possa ritrovare. Se mi vedrai arrivare non avrò con me che una poesia, falla bastare, in quelle frasi ci sono solo io ma ho lasciato l’ultimo rigo vuoto, scrivi tu il finale. Se mi vedrai arrivare dimmi subito se non sarà per sempre, non rimandare le parole dal dietro una porta chiusa, non aspettare che io diventi uomo perché è per il mio cuore fanciullo se sono qui a dirmi di partire. Se mi vedrai arrivare lo farò per passeggiare ancora sul tuo cuore, abbracciami forte e non lasciarmi mai, solo così imparerò ad amare.
Ho finito i sogni e, quelli usati, sono andati tutti a farsi fottere. Ho perso la voglia di cantare ed i soldi per i fiori sono finiti, ho smesso di accendere la luce dentro per scopare al buio e non parlo neppure più, oramai non ho nemmeno tanto da dire... Continuo a fare il clown accorgendomi di esserlo, pagliaccio triste, questo io sono. Cerco di rendere meno amari i pensieri colorando con una boutade l'oscuro intorno, si forse anche con una bestemmia, mi sto imbruttendo lo so, sarà perché ogni fine è stata una fine certa e del tempo del bello mi è rimasta soltanto la memoria a mordere dentro. Ho cercato la poesia in mezzo alle cosce dimentico di un figlio che mi appartiene, ho creduto fino allo sputo nelle parole, il mio per sempre è stato il tempo di rialzare la cerniera già pensando al mangiare del domani. Violentate notti di vuoto e di buio, l’amore... maledetto straordinario sussurro che un tempo m’illuse cercandolo negli occhi e nel cuore di chissà chi e lo cerco ancora, donando i miei occhi , il mio cuore, il mio cazzo. L'amore... e adesso quì ad urlare questo disperato bisogno d'affetto, mentre gli anni hanno già voltato l'angolo per la paura e mille immagini riaffiorano negli specchi, maledico puttane e pidocchi con l'anima colma del figlio perduto e del domani che non arriva mai. Mi arrendo, bandiera bianca su questa guerra infinita, l'onore delle armi nell'ultimo volo: Abbracciami forte stanotte, almeno tu, dimmi che mi vuoi in po’ di bene.
Vengo a cercarti ogni notte quando il cielo si nasconde e la memoria si fa chiara, nell’intrecciarsi dell’ansia con le ore, quando i battiti diventano piccoli e la paura trova spazio in questa guerra dei cinquant’anni. Del canto che amai non ricordo le parole ma solo quell’aria che m’è rimasta addosso, quasi volesse, a me, ricordare che di te contai pure i tuoi capelli. Da questo disordine vorrei fuggire con un biglietto senza ritorno, imito il cane abbaiando alla luna ed a cantare non penso, ho finito le parole. Non ho pane nella credenza, ma poche briciole d’amore; solo queste, ancora, malgrado, rimaste. Invoco Dio che traslochi la tua casa dal mio cuore pregandolo, subito, di lasciarla ancora per un giorno perché vorrei soltanto scrivere emozioni e lasciarti nel comò frasi d’amore, quelle che nel cuore io mi porto con la rabbia e le lacrime di un uomo. Così aspetterò con te che il giorno faccia sera, per darti una carezza all’imbrunire. Amarti laddove altri hanno odiato, a luce accesa, perché tu sola possa capire …
Chi verrà a prendermi dovrà farlo tra i disperati attraversando il mare dell’odio, navigherà a tentoni perché qua il buio è fitto e quando piove abbiamo paura. Non porterà le scarpe, sarebbe l’unica, ma soprattutto per non fare rumore. Non dovrà inghirlandarsi per farsi notare perché, al buio, l’unico colore che riesco a distinguere è quello dell’anima. Griderà forte il mio nome ma dovrà essere leggera nel prendermi la mano, prima di me amerà i miei anni, ed i miei guai, amerà pure quella ruga che nel cuore nascondo. … Qui, al labirinto del tormento, non arriva nessuno e tutto questo, m’accorgo, è solo il mio sogno ed io, rannicchiato, mi chiudo ancora.